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Agostino La Bella

Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire. (P. Coelho)

24 dicembre 2014

Fenomenologia di Matteo Renzi

Renzi mi piace. Almeno finora. Lo dichiaro all’inizio per onestà, anche se penso di aver svolto l’analisi che sto per illustrarvi in piena consapevolezza e libertà di pensiero. L’obiettivo di questo esercizio è stato quello di valutare le capacità di leadership del nostro premier. In realtà, un obiettivo secondario, ma non meno importante, era quello di mettere alla prova la nostra teoria della leadership, l’unica che consente lo sviluppo di metriche precise e, per quanto possibile, oggettive, ed è quindi validabile e falsificabile con rigore scientifico.

Secondo tale teoria la leadership si esercita secondo dieci dimensioni, che caratterizzano l’azione del leader e ne determinano la “forza di trascinamento”. Il leader deve quindi essere valutato sulla base della sua prestazione rispetto a ciascuna di queste dimensioni. Molto importante è la scala di valutazione. Infatti i risultati di numerose ricerche hanno dimostrato che la maggior parte delle persone non riescono a discriminare più di sette livelli di confronto quando si tratta di valutare attributi di natura immateriale; i più analitici o più esperti riescono ad arrivare ad un massimo di nove, mentre molti non superano i cinque livelli (provare per credere: quante gradazioni sapremmo trovare per un attributo quale “la bellezza”?). Questa legge è stata formalizzata per la prima volta da G. A. Miller (1956) in un famoso articolo, intitolato The magical number seven, plus or minus two: some limits on our capacity for processing information, sulla base di numerosi esperimenti relativi alla capacità umana di assegnare valori numerici alla grandezza dei vari aspetti di un qualunque stimolo.

In quasi sessanta anni non sono mancati i critici della “legge di Miller”; resta però il fatto che, a parte le indiscutibili basi sperimentali, tale legge permette la formulazione operativa di un criterio di misura. Anche l’altrettanto famoso “metodo degli autovalori” (o AHP, Analytic Hierarchy Process), sviluppato da T. L. Saaty (1990), fa uso del “magico numero sette” per impostare la scala di valutazione che costituisce un elemento centrale della procedura.

Assegneremo quindi alla prestazione su ogni dimensione un punteggio soggettivo compreso tra 0 e quattro secondo la scala seguente:

4: prestazione eccellente;

3: prestazione buona;

2: prestazione sufficiente;

1: prestazione scarsa;

0: prestazione assolutamente carente.

Ad esempio, se stiamo valutando la prestazione del leader relativamente alla visione, assegneremo il punteggio 4 se la visione che viene proposta è perfettamente comprensibile, delinea con chiarezza il futuro di lungo termine verso il quale si vuol guidare l’organizzazione ed è ampiamente nota a tutti gli stakeholder (la valutazione non deve includere giudizi di valore su tale “futuro immaginato”, che potremmo anche non condividere). Il punteggio 0 verrà assegnato quando non si sia neanche in presenza di un tentativo di formulazione di una visione, o quando le immagini che si offrono del futuro siano palesemente contraddittorie. L’assegnazione dei punteggi, anche quelli intermedi, è comunque un fatto soggettivo; però ci accorgeremo facilmente che, se riusciamo ad astrarci da giudizi di valore o dalla personale simpatia/antipatia, in realtà le valutazioni offerte da soggetti diversi saranno apprezzabilmente vicine.

La scala contiene cinque livelli, e tutti dovrebbero quindi essere in grado di discriminare i corrispondenti livelli di prestazione. Se, rispetto ad alcuni raggi, ci sentiamo in grado di discriminare in modo più fine possiamo utilizzare anche i mezzi punti, arrivando così ai nove livelli di gradazione.

La prima dimensione della leadership riguarda la capacità di proporre una visione efficace. La visione di Renzi si riferisce a rimettere in moto, modernizzare e rilanciare il Paese. Certamente apprezzabile, ma un po’ generica e manca il collegamento con un “grande, audace obiettivo sfidante”. Per essere efficace, infatti, una visione ha bisogno di essere simbolicamente rappresentata da un chiaro traguardo da raggiungere, con un evidente riferimento temporale, al limite delle possibilità, ma fattibile. Tale traguardo deve essere riassumibile in una frase che sia evocativa dell’intero sforzo richiesto alla collettività, e che riesca a coinvolgerla anche emotivamente. Forse il migliore esempio è quello della “nuova frontiera”, enunciato da John Kennedy. Il riferimento simbolico è alla conquista dello spazio, vista come prolungamento del mito americano della conquista del West, che implicitamente evocava la visione del leader per il suo Paese: lotta senza quartiere alla povertà, alle disuguaglianze, al razzismo; un gigantesco sforzo nell’educazione per primeggiare nella scienza e nella tecnologia; e, nel mondo, confronto duro con le tirannie. E tutto ciò simbolicamente rappresentato dal grande obiettivo di “portare un americano sulla Luna, e riportarlo sano e salvo sulla Terra, entro dieci anni”. Renzi non è ancora riuscito a sintetizzare una visione veramente efficace. Tuttavia, un suo grande merito è di aver definitivamente accantonato (rottamato?) quella del “common enemy”, che per anni è stata utilizzata da destra e sinistra come elemento fondamentale di aggregazione rispetto a una minaccia esterna, identificata di volta in volta, a seconda delle parti, nel comunismo, in Silvio Berlusconi, ecc.

Voto: 2.

Seconda dimensione: il posizionamento. Prendendo posizioni chiare e mantenendole il leader acquista e crea la fiducia. Renzi lo ha fatto, anche se con qualche contraddizione. L’impressione è che stia tenendo la posizione più a livello politico, all’interno del suo partito, che sul piano dei provvedimenti concreti. Una serie di enunciazioni, molte delle quali avrebbero potuto essere attuate per via amministrativa, sono rimaste lettera morta o quasi: auto blu, tetto agli stipendi, abolizione di enti inutili, semplificazioni burocratiche, ecc. Cedimenti su questa dimensione possono incidere molto negativamente. Il voto è per ora un’ampia sufficienza in attesa di riscontri.

Voto: 2,5

La terza dimensione riguarda la comunicazione. Importante in generale, ma anche e soprattutto perché una visione che non sia efficacemente comunicata, e un posizionamento che non venga reso visibile, sono inutili. Il nostro premier è molto bravo, decisamente ha una marcia in più rispetto a tutti i politici. A voler proprio trovare un difetto, c’è l’uso eccessivo di jeans e camicia bianca. Intendiamoci, vanno benissimo, ma sono troppo banali, non identificano il personaggio: pensiamo a Steve Jobs e alla sua “uniforme”, jeans e maglione nero, un sicuro marchio distintivo. I jeans e la camicia bianca di Renzi sanno troppo di chi si è vestito in fretta. So che non è questa l’intenzione, ma l’impressione è inevitabile. Il voto comunque è molto alto.

Voto: 3,5.

Il leader deve ispirare fiducia personalmente; generare nei collaboratori, nei componenti della squadra o dell’organizzazione fiducia in se stessi e nelle proprie capacità; generare fiducia nelle capacità collettive del Paese; generare fiducia nelle prospettive future. Renzi ci riesce bene. Per consolidare questa importantissima dimensione deve però mantenere il posizionamento e conseguire qualche primo risultato visibile e importante almeno sul piano simbolico.

Voto: 3,5

La capacità di dedicare attenzione visibile alle persone è un’altra delle dimensioni importanti della leadership. Renzi riesce ad apparire molto vicino alle reali esigenze delle persone, forse anche perché manifesta per i politici di lungo corso (anche quelli del suo partito) lo stesso disprezzo espresso dalla gente comune. La sensazione che riesce a trasmettere è talmente forte da far superare nell’immaginario collettivo il fatto che, necessariamente, sia costretto a stringere alleanze con alcuni di questi.

Voto: 3,5

La sesta dimensione della leadership si riferisce alla capacità di utilizzare in pieno il capitale umano, il proprio e quello degli altri, con l’empowerment delle persone e con un ampio processo di delega. È importante perché così il leader riesce a sviluppare i punti di forza e compensare i punti di debolezza sia personali che dell’intera organizzazione. In Renzi affiora una tendenza alla centralizzazione, ma l’impressione è che riesca a controllarla abbastanza.

Voto: 3

Un leader deve essere creativo, trovare soluzioni originali, stimolare la critica e l’innovazione. Può darsi che sia ancora presto per valutare questa dimensione, ma il modo con cui Renzi ha conquistato e sta tenendo la leadership nel suo partito e nel Paese è originale e fuori dagli schemi cui eravamo abituati. A questo punto deve però evitare di riproporre continuamente atteggiamenti che rischiano di diventare stereotipati ed elaborare idee originali su strategie e politiche di sviluppo.

Voto: 2,5

Un leader deve avere eccellenti abilità negoziali; deve cioè padroneggiare le tecniche per esplorare gli interessi delle parti, per sviluppare nuove opzioni, per contrastare l’uso opportunistico del potere gerarchico e per far fronte ai “trucchi sporchi”. Renzi ha aperto molti fronti: ciò è tipico dei bravi negoziatori, i quali sanno benissimo che è tanto più facile arrivare a un accordo quante più sono le opzioni sul tavolo. Se si lavora su un solo tema, infatti, la negoziazione diventa un gioco a somma zero, in cui qualcuno vince e qualcun’altro perde. Nel caso di molte opzioni possono crearsi varie alleanze e sono possibili per le parti (almeno per grandi aggregati sociali) compensazioni tra vincite e perdite. È’ uno dei pochi politici ad averlo capito. Così come ha capito che a volte non è il caso di negoziare. Però ancora non abbiamo elementi conclusivi. Il voto è di attesa

Voto: 3,5

La nona dimensione riguarda la consapevolezza delle forze e degli strumenti che le parti in gioco possono utilizzare per influenzare obiettivi, azioni, comportamenti e strategie. Renzi è molto giovane ma sembra perfettamente a suo agio nel confrontarsi con il complesso intreccio di interessi che cercano di condizionare il governo del Paese.

Voto: 4

La capacità di gestire i processi di decisione e misurarsi con la dialettica interna degli organi decisionali, divenendo figure di riferimento sul piano della persuasione e aggregazione, è fondamentale per l’esercizio di un ruolo di leadership. Finora il nostro premier è andato molto bene.

Voto: 4

Il diamante della leadership per Matteo Renzi, ottenuto riportando su un diagramma a stella le valutazioni ottenute, è rappresentato nella figura seguente.

diamante-renzi

 

Al diamante in figura corrisponde un indice di leadership pari a 80,00%: è un risultato eccellente, specialmente se si tiene conto che pochissimi al mondo hanno superato il 90%. Il diamante presenta anche un indice di asimmetria pari al 43,75%, rivelando una prestazione parzialmente disomogenea, con alcune aree in cui il soggetto eccelle e altre in cui rivela carenze; ciò può essere rischioso nel medio-lungo periodo rispetto alla possibilità di mantenere e consolidare la leadership, specialmente nel momento in cui dal punto di vista situazionale divenissero critiche proprio le abilità meno sviluppate. Tuttavia il risultato complessivo è notevole anche perché il premier ha ancora molta strada davanti e, con un po’ di impegno, potrebbe realmente diventare il leader più autorevole che il Paese abbia mai avuto negli ultimi 30 anni di storia.

Le cose potrebbero anche andare diversamente, come è spesso successo (ad esempio con Silvio Berlusconi). Può accadere infatti che l’esercizio del potere crei un’involuzione nel processo di apprendimento e miglioramento del leader, con un peggioramento di tutti gli indicatori. Ma speriamo che questo non sia il caso del nostro giovane primo ministro. E comunque, tra poco, aggiorneremo le nostre valutazioni.